Gaza, La Guerra delle Immagini


Continuando la cooperazione con Peacelink, pubblico il seguente articolo tratto da un giornale svizzero che racconta della censura israeliana sul conflitto di Gaza.

Vi ricorda niente questo modo di fare giornalismo?😉

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La censura israeliana su Gaza non è mai stata tanto forte come dall’inizio dell’operazione “Piombo indurito”
Serge Dumont (Tel-Aviv)
Fonte: Le Temps (Svizzera) – 06 gennaio 2009

La maggior parte dell’opinione pubblica israeliana non sa ciò che accade nella striscia di Gaza. A parte qualche intellettuale, non ha mai saputo, per esempio, che i punti di passaggio tra il loro paese e il territorio
palestinese sono restati chiusi durante i sei mesi di tregua con l’organizzazione islamista. Inoltre, gli israeliani non immaginano – o comunque si rifiutano di credere – che gli abitanti di Gaza sono senza viveri, acqua corrente ed elettricità.

“Non è possibile, noi non facciamo cose di questo tipo”, afferma, sorpreso, Yoav Nir, un cameriere che lavora nel centro di Tel-Aviv. “Tsahal (l’esercito) ha dei principi morali, non attacca mai i civili. In ogni caso, non li punisce per nulla.”

La maggior parte degli israeliani da, in ogni caso, fiducia alle versioni ufficiali così come ai commenti dei cronisti militari, che riportano fedelmente l’opinione dello Stato Maggiore dell’esercito. Il loro tono non è marziale ma, nell’insieme, vantano la “precisione del lavoro di Tsahal”, il successo riportato sul terreno”, ma senza mai fare pressione e denunciano “la propaganda di Hamas che cerca di far credere che degli innocenti vengono toccati”- A sentir loro, i militanti islamisti sono dei “terroristi che si rintanano” e i soldi che li braccano “si sacrificano per il paese a rischio della loro vita”.

Dopo l’inizio di “Piombo indurito”, le radio-televisioni israeliani moltiplicano le trasmissioni speciali in diretta e di continuo. Ma non hanno molto da dire o da mostrare dal momento che la censura militare si è fatta molto pesante sin dai tempi della seconda guerra del Libano. Risultato? Se le cadute di razzi palestinesi sono trattate in lungo e in largo anche se il congegno si è abbattuto su un campo, i colpi israeliani di Gaza non sono rappresentati che da colonne di fumo filmate da lontano od a da immagini di elicotteri da combattimento che si levano nel cielo azzurro.

Quando i giornalisti intervengono nelle trasmissioni ammettono di saperne molto di più ma che “lavorano nei limiti imposti dalla censura”. A parte la divulgazione in diretta degli indirizzi su cui i missili Qassam e Grad sono caduti, numerose informazioni militari non possono essere diffuse. Solo le immagini fornite dal porta-voce di Tsahal sono ammesse ed esse sono insignificanti: camion parcheggiati in un campo, carri armati che manovrano nella notte, soldati in preghiera prima di partire in missione.

Per quanto riguarda la stampa, i suoi grandi titoli popolari quali lo Yediot Aharonot, Israël Hayom e il Maariv (i tre quotidiani più letti) pullulano di storie patriottiche di foto che ritraggono i riservisti che si presentano alla loro base con il sorriso sulle labbra.
“Siamo qui per rompere la testa ad Hamas e lo faremo”, si poteva leggere lunedi sotto una delle illustrazioni. Altri reportage sono consacrati alle sofferenze sopportate dalle persone le cui case sono state colpite dai razzi, alle famiglie dei soldati feriti e a quelle dei riserviti. La vita degli abitanti di Gaza è evocata raramente tranne che nel quotidiano Haaretz il cui numero di lettori è poco numeroso.

La censura israeliana su Gaza non è mai stata tanto forte come dall’inizio dell’operazione “Piombo indurito”. Gaza è chiusa a tutti: ai diplomatici, ai giornalisti israeliani, ai corrispondenti della stampa estera stanziati nel paese, ma anche agli inviati speciali esteri.

Certo, grazie a un ricorso presentato dalla Foreign Press Association (FPA) [“Associazione della Stampa Estera” n.d.t.], la Corte Suprema ha ingiunto a Tsahal di autorizzare otto giornalisti stranieri estratti a sorte a portarsi sul territorio. Ma l’esercito non sembra aver fretta di mettere in esecuzione questa sentenza. Ieri ha in ogni caso impedito agli otto giornalisti selezionati di attraversare il punto di passaggio di Erez.  In nome della “loro stessa sicurezza”, beninteso.
Note:
Tradotto dal francese da Ivan Flammia per PeaceLink.
Il testo e’ liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte [Associazione PeaceLink, www.peacelink.it], l’autore e il traduttore.

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