Bestemmiatori di tutto il mondo…


Questa sera d’inizio agosto è stata una delle prime serate estive in cui la famiglia al gran completo (o quasi) si riunisce per una tipica “pizza”, con pizza, dolci e vino fatti in casa…

Diverse note folcloristiche hanno meritato la mia attenzione stasera e si offrono come ottimi spunti di riflessione per me e per i pazienti lettori del blog.

Il più appariscente di tutti è stato il colorito mondo de:

La Bestemmia

Si è soliti, in quasi tutte le case contadine irpine, irrorare ogni cena, oltre che con del (buon) vino corposo, con delle folcloristiche bestemmie…

Ogni occasione, il più piccolo incidente, un minimo contrattempo possono scatenare l’oscena invettiva, gli aspri suoni prolungati per accentuare il patos, il pronto gesticolare che viene in aiuto per meglio sottolineare la rabbia… il tutto dipendente dalle personali abitudini dell’interessato e della comitiva che in quel momento funge da cornice…

Laddove non sussistano freni inibitori (grazie alla familiarità dei commensali e le loro abitudini da non ferventi cattolici…) non è raro ascoltare cori a più voci che si rincorrono nella ricerca della massima bestemmia… il tono è ovviamente molto più gradevole di quegli spiacevoli episodi in cui esiste vero atrito tra i “contendenti” e l’astio rende il duetto di cattivo gusto…

senza alcun intento blasfemo, la “bestemmia da compagnia”, spesso utilizzata per cercare l’approvazione e la compartecipazione degli astanti alla propria “disgrazia”, viene puerilmente vissuta dai contadini delle mie parti come “somma espressione di rabbia“… alcuna effettiva concezione di Dio, san Michele, Sando Rocco, Gèsucristoe compagnia bella” è infatti presente nelle loro menti…

il rispetto che offrono alla Chiesa dominatrice, spogliatisi del cappello, con il capo chino e l’espressione attonita, è un semplice timore reverenziale… una paura quasi animalesca dell’Incongnito, di quello spaventoso e vendicativo Dio di cui è stato loro raccontato da ragazzini: tra sberle, fioretti, penitenze e minacce hanno ben capito che con quell’Essere onnipotente prima o poi si faranno i conti…

allora… è bene stare attenti a rispettare i fioretti, le regole sul cibo, attaccare le 10mila lire (forse 10 euro in tempi moderni, ma non sono mai stato testimone oculare di una statua adornata con banconote “europee”… negli ultimi anni ho evitato con una certa cura queste manifestazioni… e anche i miei nonni, fortunatamente, sono stati in qualche modo persuasi a destinare i loro risparmi ad altri fini) alla statua di san Michele quando passa in processione, affinchè il parroco possa ben sostenersi, prendere parte alle funzioni domenicali e alle celebrazioni nei giorni “sacri”, versare altro denaro a preti e monaci affinchè gli stessi preghino Dio di accogliere gentilmente i loro defunti in Paradiso, ecc…

Ma la bestemmia… beh.. quella è a discrezione dei singoli (anche perhè poi, volendo, è sempre possibile andare a confessarsi, recitare qualche decina di litanìe dal testo macabro ed essere mondi dal peccato… veniva loro raccontato fin da piccoli… ). Comunque:

molti hanno così paura da non poter pronunciare alcuna invettiva contro quell’esercito di idoli che, è stato loro detto, sono alle dirette dipendenze di Dio;

altri per semplice “buona educazione” (ebbene si!!! anche i contadini hanno un proprio galateo) si astengono da tale pratica;

altri ancora non se ne curano… ed è allora che il concerto può avere inizio… esistono personaggi noti solo per le loro fantasiose bestemmie che donano fama che varca i confini del paesino, così come ci sono persone invece famose per le loro particolarmente volgari bestemmie.

“La bestemmia” viene appresa, sin da bambino, nell’ambiente familiare: contrariamente a quanto avviene di solito con le parolacce, nonni e genitori sono i principali insegnanti di queste significative espressioni… il fanciullo impara sin da subito che indirizzare la propria rabbia contro un etereo “santo a piacere” (come disse una volta il signore noto di cui sopra) è un ottimo modo per sfogare le sensazioni negative, senza litigare con amici e parenti; a questo proposito vorrei sottolineare come, nonostante Dio e i suoi “compari” siano dei concetti vuoti nella mente dei contadini, essi rappresentano fumosamente la “massima autorità”, coloro ai quali tutte le colpe possono essere imputate e sui quali, quindi, tutte le imprecazioni e le lamentele possono ricadere al momento opportuno.

La bestemmia è quindi una valvola di sfogo… nulla ha a che vedere con la religione…. il bambino, vogliosa spugna culturale nei suoi anni più teneri, ascolta ripetutamente frasi di disprezzo o di condanna nei confronti delle icone che, al contempo, gli vengono presentate dall’oppressiva Chiesa come “dominatrici”, “paurose”, “potenti”… eppure nella loro forza, questi spiriti ancestrali nulla possono per impedirgli di rivolgere i loro sfoghi “al Cielo”… con questo gesto catartico i poveri sommessi contadini possono gridare agli dei: “Io esisto!!! E nessuno ha il diritto di giocare con la mia vita!”.

Dio e i suoi molteplici emissari sono infatti considerati alla stregua di benevoli tiranni, i quali, come risposta ad un imposto rispetto alle loro figure e ai loro mille inutili cavilli, si astengono dallo stuzzicare e maltrattare il povero umano, così come, se opportunamente pregati, adorati e invogliati tramite laute offerte (tangibili!), si mostrano misericordiosi protettori delle loro “pecorelle”.

La bestemmia è in realtà anche una forma di preghiera, come asserito da monsignor (è per me un enorme sforzo denominare gli esonenti del clero cattolico “monsignore”!) Gianfranco Ravasi:

“Anche la bestemmia, come conferma il libro di Giobbe, è una forma di preghiera. Esprime un’istanza metafisica, tipica della preghiera degli atei, nel limite e nella solitudine: è una forma di superamento del limite imposta dall’impotenza che l’uomo avverte per sé ” in quanto rappresenta, in qualche modo, un’ufficializzazione dell’esistenza di Dio, da parte del bestemmiatore, seppure il concetto stesso di Dio, nel caso dei contadini irpini, sia piuttosto flebile.

Ecco cosa l’UAAR dice in proposito:

UN PO’ DI STORIA

Il Codice penale vigente, datato 1930 (cosiddetto “Codice Rocco”, dal nome del suo estensore), contempla, nella sezione delle contravvenzioni «concernenti la polizia dei costumi» il reato di bestemmia, riferito esclusivamente alla religione cattolica: per le altre religioni venne ritenuto sufficiente il reato di turpiloquio.

L’introduzione della Costituzione repubblicana nel 1948 fece pensare alla sua abrogazione; tuttavia diverse sentenze della Corte Costituzionale ribadirono la legittimità della norma, con riferimento alla necessità di tutelare la fede della stragrande maggioranza degli italiani.

La firma del nuovo Concordato, nel 1984, portò all’abolizione del principio che vedeva nella religione cattolica «la sola religione dello Stato».

Inizialmente venne auspicato un intervento legislativo atto a eliminare la discriminazione e ad adeguare la norma alla nuova situazione creatasi. Tuttavia, vista l’inerzia del legislatore, il 18 ottobre 1995, con sentenza n. 440, la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo il riferimento a «i Simboli o le Persone venerate nella religione dello Stato», mantenendo il riferimento alla “Divinità”, ora allargato alle altre religioni: venne quindi applicato il principio dell’eguaglianza tra le fedi, pur ribadendo come la norma tuteli «un bene che è comune a tutte le religioni».

In seguito, con la Legge n. 205 del 25 giugno 1999, nell’ambito di un progetto più vasto di depenalizzazione dei reati minori il Parlamento delegava il governo a legiferare entro sei mesi sulla materia, in base alle indicazioni dettate dalle camere.

Il Decreto Legislativo n. 507 del 30 dicembre 1999 ha quindi finalmente depenalizzato il reato, trasformandolo in un “illecito amministrativo”.

L’ARTICOLO 724 DEL CODICE PENALE

Comma primo, versione originale (1930):

«Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o Simboli o le Persone venerate nella religione dello Stato è punito con l’ammenda da lire ventimila a seicentomila».

Comma primo, come modificato dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 440 (1995):

«Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con l’ammenda da lire ventimila a seicentomila».

Comma primo, come modificato dal Decreto Legislativo n. 507 (1999, versione vigente):

«Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità è punito con la sanzione amministrativa da lire centomila a seicentomila».

I “REQUISITI” DELLA BESTEMMIA

  • l’autore della bestemmia può essere chiunque, anche un ateo;
  • si concretizza nella sua semplice attuazione, indipendentemente dalle reali intenzioni dell’autore;
  • il fatto che sia diventata una consuetudine, o che lo sia in certi ambienti, è irrilevante;
  • devono essere chiaramente individuate le parole profferite;
  • deve avvenire in luogo pubblico o aperto al pubblico; non è illecito quindi bestemmiare nella propria abitazione;
  • devono essere presenti almeno due persone;
  • non rientrano nella fattispecie le rappresentazioni figurate, i gesti, gli atti offensivi;
  • è illecito bestemmiare contro Dio, non contro la Madonna e i santi.

L’ANACRONISMO DELLA TUTELA LEGALE DELLA BESTEMMIA

I recenti interventi della Corte Costituzionale, del Parlamento e del Governo non hanno risolto l’assurdità di una tutela legale della bestemmia.

Oltre a essere diventata, in alcuni casi, quasi un intercalare, va riaffermato con forza che la bestemmia, al giorno d’oggi, non rappresenta altro che la tutela giuridica di persone che, noi atei, reputiamo inesistenti.

Nei fatti, l’allargamento della fattispecie a tutte le divinità ha in realtà ulteriormente minato la libertà di pensiero e di critica, come è stato fatto notare da più parti (si veda ad esempio l’articolo «La bestemmia», di Paolo Bonetti, pubblicato sul numero 4/2000 di Micromega).

Un anacronismo reso ancora più stridente dalla volontà, da parte delle confessioni religiose di minoranza sottoscrittrici di intese con lo Stato, di vedersi tutelate in materia penale esclusivamente in base ai diritti di libertà sanciti dalla Costituzione, e non mediante la tutela specifica del sentimento religioso. La permanenza della bestemmia nel Codice penale – anche se come illecito amministrativo – resta così, ancora oggi, legata a una precisa volontà egemonica della Chiesa Cattolica.

Ultimo aggiornamento: 2 giugno 2006

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